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venerdì 23 settembre 2011

REGGENZE E DIMENSIONAMENTO



Il sistematico utilizzo delle reggenze per dirigere gli Istituti scolastici e la lunghezza delle procedure concorsuali hanno aperto la strada alla legge 111 del 15 luglio 2011 e alla trasformazione del primo ciclo dell’istruzione in un sistema di istituti comprensivi dimensionati da 1.000 alunni in su. Preso atto del fatto che nessuno si ribella o contesta in forma consistente, nessun dirigente rifiuta la reggenza e solo qualche sito scolastico prefigura un peggioramento nella gestione delle scuole, il fenomeno delle reggenze ha reso palese in che modo si stia modificando la professione del capo d’istituto. Poiché sono uno dei reggenti in servizio nel sistema scolastico nazionale provo a dare delle spiegazioni “personali” e “di sistema”.
Sono reggente per mia scelta per il quarto anno consecutivo (l’Usr del Friuli Venezia Giulia chiede la disponibilità ad essere nominati): la mia scuola di titolarità è una Scuola secondaria di 1° grado cittadina (due sedi, 700 alunni) e ho “retto” un Istituto comprensivo di 1.050 alunni (13 sedi) in collina nell’a.s. 2008/2009, mentre sto reggendo per il terzo anno consecutivo un Istituto comprensivo di 760 alunni (6 sedi) in pianura a una ventina di chilometri dalla sede di titolarità. Sarebbe interessante sapere cosa pensano di me docenti, ata, genitori, alunni, enti locali delle scuole che dirigo, perché mi pare abbiano un’idea diversa da quella veicolata in giro, anche della mia presenza nelle sedi. Ho avuto poi modo di sentire docenti o ata di altre scuole date a reggenza e nessuno mi è parso particolarmente sconvolto dall’essere diretto da un reggente e non da un titolare.
Ritengo che la questione delle reggenze abbia mostrato come la forbice 500/900 (sempre meno rispettata) del dimensionamento fosse da rivedere, ma queste sono considerazioni di parte dirigenziale: se non ci lamentiamo, non ci ribelliamo, non rifiutiamo le reggenze (e semmai le chiediamo) forse riteniamo che il sistema debba andare verso istituti sempre più grandi. Visto dalla parte dei docenti penso che la cosa assuma un’altra prospettiva, che però riguarda comunque la nostra professione di dirigenti scolastici. Credo che in Italia ci si debba chiedere se le scuole
devono essere dirette da Dirigenti o da Presidi o Direttori didattici. L’ambiguità sta qui: chi fa il dirigente sa che più alti sono i numeri,maggiori sono le risorse, più incisiva deve essere l’azione organizzativa, più si deve lavorare: cose che in linea di massima non mi pare stiano spaventando la categoria. Chi invece lavora nella scuola spesso non ritiene che a capo dell’istituto ci sia un “vero” dirigente e spesso s’infastidisce per questo. Passo almeno la metà del mio tempo a lavorare con i docenti sui curricoli, sulla valutazione, sugli alunni, sugli alunni diversamente abili, ecc. e non solo sugli acquisti di carta igienica, sulla sicurezza o sui vari conti economici di bilanci deficitari: non so è poco o molto, so che questa è la dimensione della mia attività lavorativa, che è resa più e non meno interessante dalla reggenza.
La reggenza, infatti, impone alcuni comportamenti che la dirigenza in scuole troppo piccole non rende necessari: capacità di sintesi, chiarezza nelle direttive (scritte), annullamento dei tempi e delle riunioni inutili, ampia delega ai collaboratori, capacità di scelta dei delegati e di ciò che si deve delegare, rapporto di monitoraggio costante, visione d’insieme, ecc. Inoltre avere la direzione di due istituti diversi permette di vedere la stessa circolare, la stessa disposizione, lo stesso obbligo da punti di vista differenti. Tutto questo aiuta a sentirsi utili, ma non indispensabili, a ragionare per obiettivi, a non accentrare tutto, a non perdersi nei minuti spazi della quotidianità, a capire le persone e a saper conquistare la loro fiducia e lealtà.
Certamente alla base della logica delle reggenze non c’è l’idea di migliorare la professione, ma solo quella di risparmiare. Quello che è certo è che le scuole non sono lasciate in balia di se stesse dalle reggenze, ma lo svilupparsi di questa situazione richiede organizzazioni meno standardizzate legate diverse situazioni locali. Come ho detto sopra ritengo che le scuole siano sottodimensionate visti i tempi che stiamo vivendo, ma anche che certi cambiamenti devono passare attraverso una modifica di percezione e la prima modifica percettiva da attuare è quella relativa all’idea di un capo d’istituto riconosciuto nei ruoli di Preside o Direttore didattico. Non è più così: fare i dirigenti è un altro mestiere, che permette anche di agire su strutture eroganti servizi più ampie di un tempo. E penso che la soglia dei 1.000 per quello che siamo diventati noi Dirigenti sia ancora troppo bassa.
Stefano Stefanel
Fonte ASASI – La Letterina n. 291 - giovedì 22 settembre 2011

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